Lo sciopero del “carovivere” e i fatti di sangue del 1921
Lo sciopero del “carovivere” risale al mese di marzo 1921 e fu attuato in concomitanza con le agitazioni dei metallurgici della Ferriera di San Giovanni e dei “bianchi” della federazione agricola valdarnese.

In questi anni, nella terra che ospitava il bacino minerario, emerse e si affermò la figura di Attilio Sassi, segretario anarchico della Camera del Lavoro, in collaborazione con il quale i minatori riuscirono ad organizzarsi in una sorta di militanza clandestina “partigiana” ante litteram, spontanea o talvolta organizzata, di esclusiva “marca proletaria”.
I fatti del 1921 a Castelnuovo dei Sabbioni furono la riprova di come un semplice tumulto operaio si trasformò in un grave fatto di sangue. Il 23 marzo di quell’anno la direzione delle miniere aveva programmato il licenziamento in tronco di 430 operai, dopo mesi di trattative fra le parti per la concessione di un aumento dell'indennità carovita del 13% e relativi arretrati per 3600 operai, secondo le richieste accolte dai recenti accordi regolarmente stipulati, ma mai rispettati. La prospettiva del lastrico per centinaia di famiglie e lo spettro della fame divennero così il prezzo sociale da pagare.
Nonostante lo sciopero del “carovivere”, il Sindacato Valdarnese dei Minatori deliberò la fine dell'agitazione e accettò i 430 licenziamenti. Fu in questo clima di profondo scontento che si arrivò al 23 marzo del 1921, il giorno in cui esplosero fra l’altro anche le “bombe anarchiche” al teatro Diana di Milano.
Quello stesso giorno si festeggiava anche il secondo anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento: le “squadre” fiorentine si apprestavano a celebrare l'evento con una serie di incursioni nelle “zone rosse” e nelle cooperative circostanti. Nelle miniere valdarnesi si sparse velocemente la voce di un imminente arrivo degli squadristi fiorentini. La sirena a vapore della Centrale iniziò a dare l’allarme e circa 3mila minatori di turno presero possesso, manu militari, dell'intera zona lignitifera, assediando la palazzina della direzione; altri operai eressero barricate sulla via che portava alla zona mineraria; molti erano armati di bastoni, fucili da caccia e candelotti di dinamite. Scoppiarono i tumulti: il direttore, ingegner Raffo, fu ferito e l'ingegner Agostino Longhi delle miniere Baccinello di Grosseto, che si trovava lì casualmente in visita, fu ferito a morte perché scambiato per un agente di polizia. I minatori cominciarono a dividersi, tutto ciò non era previsto, e all’arrivo dei carabinieri si dettero alla fuga. Il brigadiere di Castelnuovo effettuò il giorno stesso alcuni arresti e scaricò le responsabilità dell'accaduto sui sindacalisti della Commissione Interna delle miniere e sui dirigenti locali dell'USI.
La mattina del 24, giunsero alle miniere camion di fascisti fiorentini e aretini, assieme ad autoblinde dei carabinieri del battaglione mobile di Firenze; la cooperativa dei lavoratori e la casa del popolo di Monastero (Cavriglia) furono incendiate e la zona mineraria fu sottoposta a un rastrellamento durante il quale furono messe a fuoco alcune abitazioni.
L'autorità giudiziaria emise subito molti ordini di cattura. Due mesi dopo, il 21 maggio del 1923, venne celebrata la prima udienza del processo – il cosiddetto “processone” – contro 74 imputati. Il 13 luglio 1923 venne letta la sentenza: 11 assolti e 55 condannati; le pene variavano dai 30 ai 2 anni di reclusione.
Tra i carcerati c’erano Attilio Sassi e Priamo Bigiandi. Quest’ultimo sarà Presidente del CLN e poi Sindaco di Cavriglia, coprendo in seguito altre cariche fino a diventare deputato del P.C.I. al Parlamento nel 1948.

Dopo Giuseppe di Vittorio, quello dell’anarchico imolese Attilio Sassi è stato indubbiamente il mito sindacalista che più ha resistito nella memoria del movimento operario.
Agli abitanti della zona mineraria del Valdarno Superiore, dove Sassi è stato attivo prima del Biennio Rosso e poi negli anni Cinquanta, resta un’eredità singolare: il sacrificio degli uomini e delle donne nel lavoro, l’anitfascismo militante, le lotte sociali condotte “dal buio delle miniere”, tutte esperienze legate indissolubilmente al nome del sindacalista imolese, un nome che suona ancora familiare tra i vecchi valdarnesi.
Sassi fu oggetto delle simpatie e della stima dei minatori quanto delle attenzioni delle autorità giudiziarie e di polizia. Autodidatta già attivo nell’emigrazione in Brasile, segretario del sindacato minatori di Imola e del sindacato lavoratori della terra di Piacenza, classe 1876, risultava da tempo schedato come anarchico e per la sua instancabile attività di organizzatore, di pubblicista e di conferenziere. Il suo impegno si era intensificato a livello nazionale a partire dal 1914. Durante il periodo bellico, la polizia aveva già segnalato la presenza di Sassi a riunioni clandestine, sia di carattere antimilitarista che sindacale, tenute a Bologna, Piacenza, Milano, Firenze e Figline Valdarno. Per questo sarà più volte arrestato. Nell’agosto 1917 a Roma aveva incontrato anche due rappresentanti del Soviet russo. Lo stesso sindacalista imolese rievocherà nelle sue memorie le battaglie e le vittorie del Biennio Rosso per la riduzione dell’orario di lavoro.

Nel 1920, dopo 74 giorni di sciopero che seguivano a 20 di serrata padronale, una delegazione operaia con alla testa Sassi e Virgilio Diomiri si incontrava a Roma con i dirigenti della Mineraria, alla presenza del rappresentante del Governo: «i padroni delle miniere cedettero […] considerando che nelle venti giornate della serrata vi erano incluse tre feste, la serrata venne completamente rimborsata. La vittoria fu completa ed i minatori, assieme ai cavatori di Carrara, primi in tutto il mondo, conquistarono le sei ore di lavoro».

Al “processone” del 1923 ad Arezzo, Sassi fu condannato a 16 anni quale “istigatore”, fu segregato a Portolongone e continuò a essere perseguitato.

Dopo il fascismo, l’esilio, la resistenza e le stragi naziste, si tornò a parlare di lotte sociali nel bacino lignitifero tra il 1948 e il 55: era il periodo dell’autogestione delle miniere quale risposta operaia alla volontà di smobilitazione già manifestatasi con i licenziamenti di massa, con gli interventi violenti della celere contro le manifestazioni. “La Mineraria lavori o lasci lavorare!” era la parola d’ordine. Sul fronte, assieme agli operai, ancora una volta c’era l’imolese Attilio Sassi – ormai segretario nazionale della Federazione Italiana Minatori e Cavatori e membro del comitato direttivo della CGIL per la corrente anarchica.

Alla sua scomparsa, nel 1957, tutta la stampa di sinistra lo ricordò come figura luminosa di combattente per i diritti della classe operaia.

Back to Top