La malvasia di Montegonzi
Quanto fosse diffusa la viticoltura, fin dai tempi antichi, sulle pendici collinari che circondano Montegonzi lo si può intuire anche dalle precise norme dettate dagli statuti quattrocenteschi di questa comunità. Probabilmente la produzione vinicola risale a epoche ancora precedenti ma le tracce documentarie sono più difficili da reperire. In un periodo in cui gli “statuti” di molti borghi valdarnesi pongono attenzione alla coltivazione della vite e al commercio del vino, anche quello di Montegonzi si rivela molto preciso nella regolamentazione di questa materia. Negli statuti del XV secolo vengono stabiliti i tempi per la vendemmia che non poteva iniziare prima del 15 settembre. Nel periodo di vendemmia una norma dello statuto obbligava i proprietari a tenere i cani legati. La vendita di vino in fiaschi era libera ed è facile intuire che questo fatto agevolava i contadini che potevano così vendere in modo diretto il prodotto del loro lavoro. Dal catasto del 1427 si rileva che le rendite più alte derivavano dal grano, dal vino, dalle biade e dall’olio. Ancora nel secolo successivo questa zona è interessata dall’introduzione di nuovi vigneti. Ma c’è un altro fatto che lega questa terra alla produzione del vino: la Malvasia di Montegonzi. Un vitigno raro che prende il nome dalla zona di origine. Questo vino viene citato nel 1685 dal poeta Francesco Redi nel suo libro “Bacco in Toscana”; nel testo vengono esaltate le qualità di questo bianco a conferma del fatto che in quel periodo i vini bianchi valdarnesi erano molto apprezzati e conosciuti. La Malvasia di Montegonzi è considerata un vino raro e antico per vari fattori: ristretta zona di produzione, quantità ridotte e difficoltà di vinificazione. In tempi recenti, per recuperare una vecchia tradizione enologica di questo territorio, un’azienda ha riproposto questo vino. Le quantità prodotte rimangono comunque limitate anche perché la vinificazione di questa “malvasia” è molto particolare: il mosto fiore viene estratto per sgrondatura delle uve”diraspate” e non per pressatura, come accade invece nel normale processo di produzione di vino rosso. Il mosto ottenuto viene fatto fermentare a temperatura controllata ed è soggetto a un paio di travasi per eliminare gli elementi in sospensione.

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