Castelnuovo dei Sabbioni
Il toponimo Castelnuovo in Avane, che tradisce di per sé l’esistenza in loco di un insediamento più antico di cui però si sono perse le tracce, è attestato sicuramente nel XII secolo. In un atto vergato nel 1120 presso la Badia a Coltibuono, è segnalata infatti nell’abbazia la presenza di “boni ohmini de Castrum Novum” chiamati come testimoni dall’abate e dal pievano di San Pancrazio.

Il borgo ha avuto nel corso dei secoli una storia travagliata e a volte tragica. I suoi abitanti godevano di una discreta autonomia dall'auctoritas che permise loro la costruzione del Castello, ma nel 1260 si schierarono coi Fiorentini in guerra contro la ghibellina Siena promettendo anch’essi, come tanti altri popoli del Valdarno, di contribuire con un po’ di grano al vettovagliamento di Montalcino assediata. Dopo la battaglia di Montaperti, i Ghibellini vincitori occuparono però Firenze e preserono a spadroneggiare nel contado, costringendo le comunità che erano state dalla parte degli sconfitti a difendersi come meglio potevano; fu in quell'occasione che i Castelnuovesi deciserono di affidare il loro Castello a Uberto Spiovanato dei Pazzi: anch’egli appoggiavaa la causa guelfa, pur essendo nipote del vescovo di Arezzo Guglielmino degli Ubertini, signore ghibellino di quella città. Si dà il caso però che a quel tempo lo stesso Guglielmino fosse anch’egli dalla parte di Firenze a causa dei contrasti col capo della sua fazione in Toscana, il conte Guido Novello; questo non gli impedirà, più tardi, di tornare a scontrarsi con la città del giglio e di capeggiare le truppe aretine nella battaglia di Campaldino del 1289, dove perderà la vita.
La decisione di affidarsi a Uberto Spiovanato si rivelò in quel momento salutare per i Castelnuovesi che, per la loro sagacia, riuscirono a evitare la presa del Castello da parte delle truppe di Guido Novello.
I Pazzi di Valdarno si considerarono però da allora signori di Castelnuovo e quando altri membri della famiglia, Guglielmo e Ubertino, ricordandosi di essere ghibellini, imposerono alla popolazione obblighi di natura feudale, i Castelnuovesi cercarono di far valere i loro diritti ma non ci riuscirono; ognuno di loro doveva pagare ai Pazzi un tributo in natura, di cereali, e inoltre, ogni volta che un Pazzi riceveva la cintura di cavaliere, doveva contribuire alle spese delle feste che in tale occasione si solevano fare. Quando alcuni si rifiutarono di sopportare questi insoliti pesi quindi anche di rinunciare all’antica libertà, i nobili signori li fecero arrestare e assassinare. Poi con le loro truppe feudali, con cavalieri e fanti, passarono davanti a quel luogo con le bandiere spiegate, incendiarono case e capanne situate alla periferia, devastarono i campi e i vigneti, imprigionarono un certo numero di abitanti, li incatenarono e minacciarono coloro che difendevano il luogo di uccidere i prigionieri, se Castelnuovo non fosse stata loro subito consegnata; poiché, ciò nonostante, le porte rimasero chiuse, i fratelli Guglielmo e Ubertino Pazzi, figli di Ranieri, collocarono i disgraziati in catene sul ciglio dei fossi del Castello e sotto gli occhi dei parenti e concittadini, li fecero a pezzi con le loro mani.
Il Comune ghibellino di Firenze, al quale la gente di Castelnuovo rivolse le proprie lagnanze, naturalmente non prese alcun provvedimento contro i potenti membri del partito, e così quei disgraziati si adattarono a riconoscere quale arbitro della loro contesa il vescovo di Arezzo, zio dei loro carnefici. Se essi avevano confidato nella sua carica e nel suo abito ecclesiastico, si videro amaramente delusi; egli dichiarò che tutta la ragione era dalla parte dei suoi nipoti e tutto il torto dall'altra.

Beffarda e simile sorte, nello stesso identico punto del borgo, sarebbe toccata molti secoli dopo ad altri abitanti di Castelnuovo.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, infatti, il 4 luglio 1944, le truppe della divisione Hermann Goering dell’esercito tedesco ucciserono e bruciarono i cadaveri di 73 abitanti. Nel 1293, a Firenze, prese il potere il Popolo Minuto e, in seguito a una deliberazione del Governo fiorentino del 5 ottobre dell’anno successivo,  presa in base agli ordinamenti antimagnatizi di Giano della Bella, gli abitanti di Castelnuovo riacquistarono i loro diritti, pur entrando appieno da allora in poi nell’orbita dello stato fiorentino. Il suo popolo entrò a far parte della Lega d'Avane e vi rimase fino a che non entrò a far parte dell'Amministrazione del Comune di Cavriglia.

Il silenzio surreale che circonda oggi questo Borgo, contrasta con gli echi lasciati dalle molte vicende storiche che, a partire dal Medioevo, hanno interessato Castelnuovo. Il vecchio borgo è stato infatti progressivamente abbandonato dai suoi abitanti a partire dal 1963 a causa delle escavazioni di lignite che avevano compromesso la stabilità del promontorio. Gli abitanti si trasferirono nella vicina località Camonti, frazione realizzata ex-novo per ovviare ai problemi creati dall’attività mineraria. Anche se con qualche problema di statica, il nucleo storico del paese ha resistito all’azione del tempo e degli uomini e oggi lo scorcio che ritrae il vecchio Borgo recuperato  e restaurato, sede del Museo della Miniera e del Territorio, con alle spalle le alte torri della centrale termoelettrica di Santa Barbara è uno dei più fotografati dai visitatori. Il paese, nel suo complesso, è molto suggestivo ed è stato scelto come set cinematografico dall’attore e regista toscano Alessandro Benvenuti quando ha girato il film “Ivo il tardivo”. Dell’antico maniero si sono salvate ben poche tracce, ma ancora nell’Ottocento si potevano vedere tracce delle mura e della rocca. I resti di quest’ultima sono stati in parte inglobati dalla chiesa del borgo, dedicata a San Donato, che sorge nella parte più alta della collina.

A proposito di luoghi di culto è importante ricordare che nella moderna chiesa parrocchiale di Castelnuovo dei Sabbioni si trova un dipinto, proveniente dalla chiesa del borgo vecchio, raffigurante la Madonna in trono con il Bambino e Santi. Il dipinto del XV secolo è attribuito alla scuola di Domenico del Ghirlandaio.

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