Gli ultimi battiti della miniera
Da quando, nell’ultimo trentennio dell’800, è iniziato lo sfruttamento industriale della lignite la popolazione di Cavriglia ha subito un notevole incremento. Da zona ad attività prevalentemente rurale, Cavriglia ha assunto una vocazione sempre più industriale. Gli occupati nelle miniere passarono da 570 nel 1881 a 1154 addetti del 1901.
L’attività estrattiva si rivelò un’importante fonte di sostentamento per numerose famiglie. Le condizioni di lavoro nelle gallerie erano molto dure e di pari passo con l’incremento dell’attività mineraria aumentarono i conflitti sociali tra gli operai e le società che gestivano gli impianti. Durante il Fascismo, le libertà politiche e sindacali furono soppresse, le “Camere del Lavoro” date alle fiamme e i sindacati liberi sostituiti con l’unico sindacato di regime.

Con lo scoppio della I e II Guerra Mondiale la produzione di lignite registrò un forte incremento: nell’anno 1940, per esempio, furono prodotte 950 mila tonnellate di materiale combustibile, con un conseguente aumento dell’occupazione. In quegli anni le maestranze superarono le 3000 unità e quello in miniera divenne un lavoro ambito perché, vista l’importanza strategica del combustibile fossile, i minatori venivano esonerati dal servizio militare ed evitavano la chiamata alle armi. Nel Dopoguerra, con l’arrivo del carbone dall’estero a prezzo “politico” sotto forma di aiuti per la ricostruzione post-bellica, la lignite di Castelnuovo dei Sabbioni perse competitività ed iniziarono i licenziamenti. Alla fine del 1947 le maestranze furono ridotte da 3000 a 2000 unità. Agli inizi dell’anno successivo la società Mineraria licenziò altri 660 operai e chiese al Tribunale di Firenze l’amministrazione controllata. Iniziarono gli scioperi e la protesta dei minatori, che chiedevano la salvaguardia del posto di lavoro, divenne un caso a livello nazionale. Dall’agosto del 1948 al maggio del 1955 più di 1500 minatori, nonostante il sabotaggio della potente società Mineraria, mandarono avanti, con l’autogestione, la più importante miniera italiana di lignite.
La situazione rimase comunque precaria fino a quando il gruppo “La Centrale” non propose un piano industriale di coltivazione della lignite a cielo aperto con consumo in loco del combustibile mediante la costruzione di una centrale termoelettrica da 250 MW. L’escavazione del minerale a cielo aperto ebbe inizio nel 1956, mentre la centrale termoelettrica entrò in funzione nel dicembre 1957. Nel pomeriggio del 29 marzo 1994 è stata ritirata dal fronte della lignite l’ultima macchina di scavo ancora presente. La centrale, 2007, è stata riconvertita a gas metano.
 
La vicenda di Pianfranzese

 
La storia del Castello di Pianfranzese è strettamente legata a quella dell’attività estrattiva nel bacino minerario cavrigliese. Appartenente alla Famiglia dei Franzesi già intorno al 1200, questo borgo, composto dal Castello e da una serie di edifici che lo circondavano, è stato oggetto, dal 1969 al 1984, di una estenuante “contesa” tra l’Enel, che ne chiedeva la pubblica utilità per la coltivazione del giacimento, e il Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali, che lo pose sotto vincolo. Sotto i terreni situati a est del Castello di Pianfranzese si trovava infatti un giacimento di lignite. L’escavazione del fossile in quest’area avrebbe sicuramente determinato una serie di movimenti franosi che avrebbero coinvolto il Castello stesso. Per circa 15 anni si cercò di trovare una soluzione per proseguire l’escavazione, e scongiurare quindi il pericolo di una grave crisi economica e occupazionale, e salvare il Castello.
La storia si concluse con la demolizione del complesso di Pianfranzese nel 1984.

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